martedì 19 dicembre 2006

Vittorio Butera


’U sule, quannu ‘ncigna a sse curcare,
me rassomiglia quasi a ‘nnu tizzone
ch’a ppuocu a ppuocu s’astuta intra mare” (da “L’umbra”).

Inoltrando lo sguardo tra le cime montane che circondano Conflenti, Vittorio Butera, bambino, anela a raggiungere il mare. E’ un giorno d’estate del 1889, quando lui e il cugino Umberto decidono di realizzare il sogno di vedere da vicino quella distesa d’azzurro che dal paese natale possono soltanto immaginare. Così prendono a costeggiare il fiume Salso, pensando che il suo corso li avrebbe guidati sino alla sua confluenza sulla costa. Ma, le acque torrentizie li abbandonano in aperta campagna, dove i contadini li trovano addormentati e li riportano a casa sulla groppa di un asino.
L’infanzia libera di Vittorio a giocare per le vie e a scorazzare nei campi non tacita il dolore profondo della perdita materna, la cui assenza rimane come segno di privazione nell’opera poetica:
E, all’umbra de ‘na granne ciminiera
viju ‘n’ardente, caru fuocularu;
‘nu zuccu ‘ncarpinatu paru paru
arde cumu ‘na cima de jacchèra ;
‘ntuornu cce su’ : ‘na vecchiarella accorta
e nnannu e ttata. Mamma, no! M’è mmorta!” (da “Natale”).

Butera, che è riuscito a fare del duro dialetto conflentese una lingua letteraria, è l’unico poeta calabrese conosciuto oltre i confini regionali; la sua notorietà è collegata al genere della favola in versi nato nel mondo antico. La sua produzione, ancora in maggior parte inedita e sparsa in varie mani, comprende una grande varietà di contenuti e di stili. Un elemento di collegamento è il canto. Presente come tema e come ingrediente dell’ambientazione poetica, è pervaso da una malinconia che troviamo nella natura dell’autore ma che è anche componente dell’anima del calabrese tendente a sfogare nel canto più i sentimenti di tristezza e dolore che non la gioia:
Ogne ttantu
pigliu e ccantu
a ra luna
‘na canzona.
E ra gente
chi me sente
-Chissu- dice
-è nnu filìce!-
Gente, t’arri
quannu parri.
Chiru cantu
è ttuttu chjantu!” (“Alligrizza minzugnara”)

E’ questo l’esordio della silloge pubblicata dall’autore, da lui intitolata “Prima Cantu e ddoppu Cuntu” per riflettere il carattere composito dell’opera costituita da liriche e da favole.
Attingendo a una fonte d’ispirazione straordinariamente versatile, Vittorio Butera fa vibrare le corde dell’animo umano intridendo la lirica di affetti, nostalgia, sentimenti di bellezza, e riesce parimenti a indignarsi e a suscitare indignazione castigando soprusi, arroganze, meschinità umane, ingiustizie sociali con il riso satirico della favola. Molto efficaci gli epigrammi e i lazzi contro i potenti del tempo, o meglio dei tempi in cui si trova a vivere. Nato nel 1877 e morto nel 1955, attraversa tre fasi della storia nazionale: la monarchia post-unitaria, la dittatura fascista, l’avvento della repubblica. Favoritismi e mancanza di giustizia di fronte alla legge costituiscono un tema ricorrente, che si può esemplificare con una quartina breve ed efficace, intitolata “Cchid’è ra legge”:
Legge: ‘na rite a llastica
dduve si ‘ncunu ‘ncappa,
cce resta s’è ffurmicula
e ss’è bbitìellu scappa!”.

Numerosi i versi contro il regime, specialmente nella produzione ancora inedita, che colpiscono dove direttamente il fascismo, dove tramite metafora; famosi, nell’opera edita, i versi finali della favola “’U grillu zzuoppu”, ispirata da una di Trilussa (con cui si era creato un rapporto di amicizia e il gioco di tradurre in calabrese alcune favole romanesche), che possiamo considerare il paradigma più forte del pensiero antifascista:
Mu è sempre benedittu
‘u sangu chi se spanne,
si ‘n terra lassa scrittu,
ppe’ ‘mparamìentu de l’umanità:
Viva ra libirt!”

Vivendo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, Vittorio Butera attraversa la fase di passaggio dalla società agricolo-pastorale, ancora resistente nel sud sino a tutta la prima metà del ’900, alla nuova società che vede svuotare le campagne e l’abbandono dell’agricoltura:
Povara vigna mia,
cumu te sì rriddutta!....
… E ddire ca ‘nu juornu,
quannu campava ttata,
eri de ‘stu cuntùornu
‘a vigna cchiù ppriggiata,
e mmo’, povara vigna,
te mancia ra gramigna” (da “’A vigna”).

Per riscoprire questo poeta straordinario, e per trasmettere alle giovani generazioni un contributo così importante del nostro patrimonio culturale, oggi opera “Il Centro Studi Vittorio Butera” che, tramite un ambizioso progetto, mira alla valorizzazione dei dialetti e della cultura del popolo calabrese.

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