martedì 19 dicembre 2006

Vittorio Butera attacca potenti e prepotenti

Se è compito della satira attaccare i potenti e castigare mores, con i suoi componimenti li Cuntij dell'antico genere favolistico, Vittorio Butera (poeta dialettale originario di Conflenti) svolge que­sto ruolo senza risparmiare nessuno: i terrieri della società agraria che si comportano da piccoli baro­ni; il regime fascista e i suoi seguaci; le prepotenze d'ogni genere; i comportamenti dei suoi conterra­nei, presi a campione dell'umanità.
Vissuto tra lo lunga fine della società agricola nel meridione d'Italia e !'inizio del sistema indu­striale, Butera attraversa tre fasi politiche della storia nazionale: lo monarchia, il ventennio fascista, gli inizi della democrazia repubblicana. Nell'Italia postunitaria trascorre l'infanzia, l'adolescenza e lo giovinezza. Per quanto questo periodo sia caro al suo animo perché vissuto in parte ma intensamente nella terra d'origine, lungi dal ritrarlo aureolato dalle nostalgie, lo vede nella drammatica realtà fatta di residui feudali, di ingiustizie ataviche, di feri­te aperte dalla questione meridionale. Ancora piùpesante lo fase successiva della dittatura che annienta lo libertà, lo solidarietà e altri valori atavi­ci su cui si erano rette le piccole formazioni sociali dell'epoca agraria. Quella attaccata da Butera è una società senza riscatto, destinata a concludersi con l'abbandono dei paesi e delle campagne del meridione.
Pur appartenendo alla classe dei proprietari ter­rieri, il poeta s'indigna nel vederli trattare i contadi­ni come schiavi, e rappresenta lo prepotenza vin­cente del padronato nella fabula "'U trappitaru e ra ciuccia": un'asino nel tentativo di ribellarsi allo sfrut­tamento chiede perché sia stato ribassato il prezzo del suo lavoro; di fronte al padrone che afferma l'ar­rogante indiscutibilità del suo volere: "Ppecchì de ccussì bbuog/iu\ si nno te mannu a spassu"; l'asino vorrebbe reagire: "'A ciuccia ppe' ra stìzza\ chi le saglìudi 'n canna\ vulìa rrumpire 'a vriglia e ra capizza\ppe' lIe dare due cauci a cchira bbanna", però, cadendole sotto gli occhi lo sua puledra, è costretta a reprimere l'indignazione e ad affidarsi a una giustizia diversa da quella terrena: "E ccu nna rivirenza \ disse: -Patrù, faciti\ cumu vussignurìo miegliu eriditi... \e ra monu de Ddiu ppemmu cce penzol".
I soprusi esercitati nel corso dei secoli tramite il malgoverno, così consueti da essere percepiti dalle masse popolari come calamità ineliminabili e natu­rali, si traducono in fame e in disuguaglianza nei confronti della legge. Una delle fobuloe, "A cuniglio e ro duonnulo", è pervasa da una particolare indi­gnazione perché vittima dell'abuso è una coniglio prossima al parto. Scavatasi una tana, lo puerpera si strappa i peli dal petto per preparare un morbido giaciglio ai nascituri; ecco però, che approfittando della sua uscita alla ricerca di un'ostetrica, una don­nola vi si insedia. Quando lo coniglio torna, si sente dire che lo legge Pica è decaduta e che lo legge nuova tutela chi occupa una casa con lo porta aper­ta: '" no tana senza porta, \ e ppe' dde cchiù bacan­te, \ è dd'o prim'occuponte, \ pìeju ppe ffie si quon­nu si' nnisciuto\ u' /l'hai chiuduta!"; quindi, l'usur­patrice minaccia di querela lo coniglio che, per non finire a partorire in galera, "s'oppedi de scavare n'outra tano\ a 'nna trempo luntona".
Se il titolo di un componimento recita" 'A legge è gguolo ppe tuffi", dal contenuto se ne capisce lo valenza ironica: zu Micu affida al suo cane l'attenta sorveglianza del ramo di un fico che dall'orto confinante di zu Ndrio pende nel suo, perché, affer­ma: "U codice civile\ dice co dduve penne\ /'àrvu­lu renne". Quando, però, una cima del suo limone va a pendere nell'orto adiacente, chiama il cane a fare la guardia affinché il vicino non raccolga i limo­ni, e al cane che evidenzia la contraddizione del suo comportamento dice che di codici "cci nn'è cchiù d'unu - E' naturale!\ cc'è ru civile e cc'è ru eri­minole\,e, nnestro, cor'omicu, \ cci nn'edi unu ppe Ndrio, n'outru ppe Micu". Il poeta è disposto a sor­ridere della pretesa di zu Micu che vanta un codice tutto per sé, perché l'antagonista è una persona di pari condizione sociale, ma il sorriso bonario scom­pare e subentra il riso amaro qualora il torto sia subito dai deboli. E' quanto succede in "U cane e ru goffu", dove un cane, ricorrendo alla corruzione, fa condannare" nu povoru pizzente \ de goffu scongo­lotu" a trent'anni di galera con l'accusa di avere maturato l'intenzione di rompergli le zanne.
Le idee politiche di Vittorio Butera, in senso portitico, non emergono dai versi; è invece chiara la posizione contro il fascismo. Nelle varie sillogi figu­rano sia lazzi lanciati in modo diretto contro il pote­re fascista, sia attacchi velati dall'ironia o contenuti nella metafora. In molti casi è significativa la data­zione, che solitamente manca nei componimenti privi di implicazioni politiche. Il suo è un antifasci­smo integrale che, pur scaturendo essenzialmente dalla mancanza di libertà prodotta dal regime, si estende ad ogni iniziativa, ad ogni aspetto del par­tito totalitario e della politica del duce: il concorda­to, la guerra, la sterile propaganda; persino l'intro­duzione degli acquedotti gli offre lo spunto per la contestazione. In "'A funtano 'e Fruntero", il poeta ironizza sull'avvento improvviso dell'acquedotto, che una mattina con discorsi propagandistici e un grande sventolare di bandiere arriva a interrompe­re bruscamente usi e comportamenti atavici; la gente abbandona la vecchia fontana, perché "'sta gente nostra è sempre stata\ o 'ngrato o trafaccè­ro", finché, crollato l'acquedotto per una frana, torna alla sorgente. L'attacco alla gente infedele e voltafaccia apparirebbe esagerato se non occultas­se la condanna della facilità a passare al nuovo (in tal caso, al fascismo), e la leggerezza nell'abban­donare i vecchi valori per aderire a quelli di un regi­me che avrebbe travolto la libertà e portato ai disa­stri della guerra.
Il gusto macchiettistico prevale in "Duce 1922", dove i fascisti sono rappresentati come priscari, ossia pupazzi che fanno i bambini utilizzando "'no mmerdo de vue". Il duce non figura in quella squa­driglia, perché i bambini non dispongono a suffi­cienza del poco nobile materiale per riprodurne la massiccia immagine. Più graffiante" Surchi", datata 7 settembre 1942; il poeta fa rappresentare gli insuccessi bellici dell'asse Roma-Berlino da un por­cospino, che ha assicurato un destino straordinario, e invece trova l'Inghilterra a capovolgere i suoi piani. Il sarcasmo sulle promesse del duce è accen­tuato in "Mete", scritta il 15 settembre del 1942 quando sono ormai chiari i traguardi raggiunti con il fascismo, cioè "'no mo/'onnota, \ a fame e ra dieta".
Tra le satire in cui l'antifascismo viene espresso con linguaggio traslato è da annoverare "L'Urzi", che porta la data 1 aprile 1934, cioè piena epoca fascista. Interpretando il testo da un'ottica politica, gli orzi scuri s'identificano con le camicie nere, e gli antitetici orzi bianchi con gli antifascisti. I neri van­tano di avere tutto il popolo dalla loro parte; i bian­chi dicono che loro non possono porsi in evidenza, però osservando attentamente ognuno può scoprire la densità delle loro file. In "A quaglia e ra jocca", il finale molto duro "cchi razza de canaglia\chi foze Ghiro quaglia!" più che la condanna di spie comuni fa presupporre la riprovazione dei delatori fascisti, responsabili di avere messo a rischio il valo­re antico della fiducia e della solidarietà nei con­fronti dei propri concittadini, persino rispetto ai vici­ni, che in quella formazione sociale ancora di tipo agricolo avevano costituito un circuito di reciprocità molto solido. Può darsi che "Capituosti", cioè colo­ro che non si lasciano convincere a cambiare le pro­prie idee e i propri comportamenti, datata 20 otto­bre 1935, trovi i naturali referenti tra amici e cono­scenti del poeta; a Conflenti, infatti, era presente un gruppo antifascista collegato al più numeroso nucleo lamentino, che non si lasciò intimidire dalle purghe e dalle manganellate delle camicie nere locali. L'esclamazione "Ah, quanta ggente 'ncan­ta\quannu nu ciucciu canta!", con cui si conclude di componimento" Lunatici" datato 7 novembre 1934, sembra riferirsi alla propensione che dimostrarono le mass.e a lasciarsi convincere dai discorsi propa­gandistici, dalle ostentazioni di grandezza, dalle vanagloriose promesse del duce.
E' anche allusivo il valore politico nei versi di "'A Garza e re canne". Una selva di canne ondeg­gia su una sponda fluviale piegandosi .ora da una
parte, ora dall'altra ai soffi del vento: "Ccu l'anima vacante\ e nna bannera l'una\ ad ognr flotta 'e luna\, s'è chjicanu da banna\ chi ordina e cuman­no"; sull'altra riva, giace una quercia abbattuta dalla tempesta. Ma, le canne vive e vegete non val­gono quanto la quercia morta, che continua ad essere utile offrendo le sue spoglie per il focolare della gente: "Vale cchju no Garza morta\ ca trimila canne vive". le canne si prestano ad essere metafo­ra delle banderuole, mentre nella quercia s'identifi­ca chi è capace di sacrificare la vita in difesa di un ideale. Siccome, però, il sacrificio della vita non può essere accettato a cuor leggero, la coscienza del poeta entra in crisi in "'U pinu e ra canna": qui è il pino a non piegarsi al vento, perciò viene ridot­to in tanti pezzi che sembrano corpi mutilati di sol­dati" munti munti ammuzzillati, \ paru cuorpi de sur­dati\ stisi 'nterra\ doppu 'a furia de 'no guerra"'; è una evocazione troppo forte per non sollevare un'in­terrogazione carica di angoscia a cui il poeta non fornisce risposta: "Miegliu canna o miegliu pinu?". la quercia si afferma ancora come albero della libertà in "'A Garza e ra mierula", dove il riferimen­to alla politica si deduce dal richiamo alla "libertà": la quercia dai rami recisi a colpi di scure germo­glierà ancora più vigorosa, perché, afferma il merlo, la repressione violenta ha sempre rigenerato il desiderio della libertà: "Cchjù ri cuorpi sunu stati arditi\ cchjù d'illa 'e cientu banne edi jittata\ e ppe ra libertà nn'ha sempre datu\ 'a pampino cchjù birde chi sapiti".
A pochi giorni dal Concordato (17 febbraio 1929), Vittorio Butera scrive l'epigramma "Sincerità", per esprimere non il messaggio dichia­ rato dell'insincerità delle donne bensì la perdita di valore della politica vaticana ("nu sordu papalinu'1 a causa dei Patti con Mussolini.
Non figura la data nel componimento "'U grillu zuoppu", ma è certamente posteriore alla fine della dittatura. l'ultima strofa, infatti, celebra il ritorno alla libertà riscattata con lo spargimento del sangue: "Mu è sempre benedittu \ u sangu chi se spanne, \ si 'n terra lasso scrittu, \ ppe' mparamientu de l'uma­nità: \ Viva ra libbirtà".
Quando finalmente la democrazia conferisce pari dignità a tutti e, nella prospettiva di una cre­scente giustizia e uguaglianza, le distanze tra i cit­tadini si accorciano, Vittorio Butera consente a se stesso di mettere in satira le prime manifestazioni politiche della gente comune. Sono i risultati del referendum del 1946 a farlo ironizzare sul secola­re attaccamento del calabrese alla monarchia. Nel sonetto" Repubblicani monarchici", due persone dichiarano di essere repubblicani, ma nel corso del dialogo uno dei due non resiste all'impulso di giu­stificare il re attribuendo a "chiru cacchiu d'ammaz­zatu" (cioè a Mussolini) la responsabilità del com­portamento del sovrano, e infine confessa: "Aiu vutatu ppe ra monarchia".
Mentre il mutamento politico dopo la guerra ha la repentinità delle rivoluzioni con il passaggio dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia, la situazione socio - economica si evol­ve con lentezza. Il poeta assiste ai primi fenomeni dell' evoluzione industriale, quali l'emigrazione di massa e l'abbandono delle campagne e non rispar­mia lazzi ai nuovi comportamenti sociali, come il disinteresse per il lavoro agricolo che riduce la sua vigna ('A vigna), un tempo produttrice di vino e uve pregiate, in un terreno selvaggio.

Vittoria Butera
Vittorio Butera


’U sule, quannu ‘ncigna a sse curcare,
me rassomiglia quasi a ‘nnu tizzone
ch’a ppuocu a ppuocu s’astuta intra mare” (da “L’umbra”).

Inoltrando lo sguardo tra le cime montane che circondano Conflenti, Vittorio Butera, bambino, anela a raggiungere il mare. E’ un giorno d’estate del 1889, quando lui e il cugino Umberto decidono di realizzare il sogno di vedere da vicino quella distesa d’azzurro che dal paese natale possono soltanto immaginare. Così prendono a costeggiare il fiume Salso, pensando che il suo corso li avrebbe guidati sino alla sua confluenza sulla costa. Ma, le acque torrentizie li abbandonano in aperta campagna, dove i contadini li trovano addormentati e li riportano a casa sulla groppa di un asino.
L’infanzia libera di Vittorio a giocare per le vie e a scorazzare nei campi non tacita il dolore profondo della perdita materna, la cui assenza rimane come segno di privazione nell’opera poetica:
E, all’umbra de ‘na granne ciminiera
viju ‘n’ardente, caru fuocularu;
‘nu zuccu ‘ncarpinatu paru paru
arde cumu ‘na cima de jacchèra ;
‘ntuornu cce su’ : ‘na vecchiarella accorta
e nnannu e ttata. Mamma, no! M’è mmorta!” (da “Natale”).

Butera, che è riuscito a fare del duro dialetto conflentese una lingua letteraria, è l’unico poeta calabrese conosciuto oltre i confini regionali; la sua notorietà è collegata al genere della favola in versi nato nel mondo antico. La sua produzione, ancora in maggior parte inedita e sparsa in varie mani, comprende una grande varietà di contenuti e di stili. Un elemento di collegamento è il canto. Presente come tema e come ingrediente dell’ambientazione poetica, è pervaso da una malinconia che troviamo nella natura dell’autore ma che è anche componente dell’anima del calabrese tendente a sfogare nel canto più i sentimenti di tristezza e dolore che non la gioia:
Ogne ttantu
pigliu e ccantu
a ra luna
‘na canzona.
E ra gente
chi me sente
-Chissu- dice
-è nnu filìce!-
Gente, t’arri
quannu parri.
Chiru cantu
è ttuttu chjantu!” (“Alligrizza minzugnara”)

E’ questo l’esordio della silloge pubblicata dall’autore, da lui intitolata “Prima Cantu e ddoppu Cuntu” per riflettere il carattere composito dell’opera costituita da liriche e da favole.
Attingendo a una fonte d’ispirazione straordinariamente versatile, Vittorio Butera fa vibrare le corde dell’animo umano intridendo la lirica di affetti, nostalgia, sentimenti di bellezza, e riesce parimenti a indignarsi e a suscitare indignazione castigando soprusi, arroganze, meschinità umane, ingiustizie sociali con il riso satirico della favola. Molto efficaci gli epigrammi e i lazzi contro i potenti del tempo, o meglio dei tempi in cui si trova a vivere. Nato nel 1877 e morto nel 1955, attraversa tre fasi della storia nazionale: la monarchia post-unitaria, la dittatura fascista, l’avvento della repubblica. Favoritismi e mancanza di giustizia di fronte alla legge costituiscono un tema ricorrente, che si può esemplificare con una quartina breve ed efficace, intitolata “Cchid’è ra legge”:
Legge: ‘na rite a llastica
dduve si ‘ncunu ‘ncappa,
cce resta s’è ffurmicula
e ss’è bbitìellu scappa!”.

Numerosi i versi contro il regime, specialmente nella produzione ancora inedita, che colpiscono dove direttamente il fascismo, dove tramite metafora; famosi, nell’opera edita, i versi finali della favola “’U grillu zzuoppu”, ispirata da una di Trilussa (con cui si era creato un rapporto di amicizia e il gioco di tradurre in calabrese alcune favole romanesche), che possiamo considerare il paradigma più forte del pensiero antifascista:
Mu è sempre benedittu
‘u sangu chi se spanne,
si ‘n terra lassa scrittu,
ppe’ ‘mparamìentu de l’umanità:
Viva ra libirt!”

Vivendo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, Vittorio Butera attraversa la fase di passaggio dalla società agricolo-pastorale, ancora resistente nel sud sino a tutta la prima metà del ’900, alla nuova società che vede svuotare le campagne e l’abbandono dell’agricoltura:
Povara vigna mia,
cumu te sì rriddutta!....
… E ddire ca ‘nu juornu,
quannu campava ttata,
eri de ‘stu cuntùornu
‘a vigna cchiù ppriggiata,
e mmo’, povara vigna,
te mancia ra gramigna” (da “’A vigna”).

Per riscoprire questo poeta straordinario, e per trasmettere alle giovani generazioni un contributo così importante del nostro patrimonio culturale, oggi opera “Il Centro Studi Vittorio Butera” che, tramite un ambizioso progetto, mira alla valorizzazione dei dialetti e della cultura del popolo calabrese.

Vittorio Butera

Vittorio Butera

Vittorio Maria Butera nacque a Conflenti il 23 dicembre 1877 da Tommaso e Maria Teresa de Carusi. La sua vita sbocciò all’insegna del dolore , poiché la mamma, dopo sei mesi, morì prostrata dal difficile parto; dolore che trovò sollievo nell’affetto materno della nonna, che si dedicò interamante al piccolo e che incise profondamente con le “rumanze” nella maturazione culturale del nipote: …a vecchierella mia, fusu e cunnocchia, fila… iu le zumpu cuntientu a re ginocchia, ella me cunta lesta ‘na romanza…”.
Visse la sua infanzia nel paese natale e fu alunno del maestro Emanuele Caruso.
L’affetto del padre verso l’unico figlio e l’agiata condizione familiare contribuirono a non far proseguire gli studi al giovane Vittorio. Così egli trascorse un lungo periodo di spensieratezza, godendo di una sconfinata libertà, scorazzando per poggi e valli osservando ciò che lo circondava.
Tutto questo periodo alimento il substrato culturale su cui poi sarebbe fiorito l’originale e ricca produzione poetica. Il ricordo di quel tempo, infatti, fu sempre vivo nella vita del poeta e costituì un nutrimento continuo per la sua penna.
Di fondamentale importanza pedagogica furono,pertanto, gli insegnamenti e le esperienze offerte dal mondo naturale durante questa parentesi fanciullesca. Tuttavia a tredici anni lo zio paterno, contrammiraglio medico, lo volle presso di sé a La Spezia e il giovane Vittorio intraprese con profitto gli studi.
In questo tempo, 1892, iniziò a sgorgare la sua vena poetica e compose una raccolta di poesie “Larve quindicenni”. Compiuti gli studi medi si iscrisse all’Università degli studi di Napoli nella facoltà di Ingegneria.
Nel 1899, durante una vacanza a Conflenti, conobbe Michele Pane, questo incontro con la poesia in vernacolo accelerò l’evoluzione artistica del Butera, che fin da allora cominciò a creare col suo dialetto stupendo e genuine immagini ambientali, pervase da aliti universali.
Conseguita a Napoli, nel 1905, la laurea in ingegneria, si dedicò alla professione prima a Roma, dirigendo i lavori per la costruzione di un nuovo quartiere in S. Croce di Gerusalemme; poi entrò in servizio nelle Ferrovie dello Stato, come ingegnere, e venne assegnato al compartimento di Palermo.
Nel 1909, vinto un concorso per ingegnere nell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, tornò nella sua provincia dove sposò nel 1911.
Svolse la sua professione con competenza ed onestà e fu stimato, oltre che da amici, da un cenacolo di professionisti, letterati ed artisti.
Da questo periodo i numerosissimi componimenti raggiungono toni, qualità di autentica arte.
Nel 1949, per raggiunti limiti di età, lascia l’Amministrazione Provinciale e si dedica a riordinare i suoi scritti, seguito amorevolmente dalla moglie, donna Bianca.
Gli amici, intanto, e i circoli culturali lo pressano a divulgare la sua numerosa produzione, che tra scherzi, sciarade, sonetti, liriche e favole conta oltre duemila componimenti.
Decide,dietro le affettuose sollecitazioni degli amici, di pubblicare una prima raccolta, con il titolo “Prima cantu e…ddoppu cuntu” dell’editrice Bonacci di Roma.
Questo volume avrebbe, certamente, aperto la strada ad altri, se la morte non lo avesse colto il 25
Marzo 1955, mentre recitava ad alcuni amici “ ‘E cecate” di S. Di Giacomo.
Conflenti e la Calabria perdevano fisicamente il grande “cantore e cuntore”, il grande interprete dei valori autentici dell’anima popolare.
Nella struttura di profondità dei componimenti troviamo il BUTERA-Uomo, una persona desiderosa di vincere modestamente, con tratti tibulliani, rifuggendo onori e cariche. Ebbe sacro il culto dell’amicizia, del rispetto per gli altri, e soprattutto amava la vita in tutte le sue manifestazioni. Un uomo che canta la libertà, sotto varie forme, col senso dell’humour, del sarcasmo sferzante, dell’ironia e che si amareggia di fronte agli evidenti soprusi, alla prevaricazione all’ingiustizia.

c.c.p.-u.n.l.a.
Conflenti
Leone Carino